ripensare il dolore

21.04.2017

"Vivere è amare la vita con i suoi funerali e i suoi balli, trovare favole e miti nelle vicende più squallide"

                                                                                           Angelo Maria Ripellino


Chiunque provasse a chiedersi cos'è il dolore si sorprenderebbe di quanto è difficile riuscire a dare una definizione che raccolga fino in fondo, in maniera radicale questo concetto. Eppure tutti noi abbiamo ricordi dolorosi, tutti noi abbiamo immagini di sofferenza, tutti noi ci facciamo carico del dolore in tutte le sue manifestazioni, in ogni suo modo di darsi all'uomo.

Ma tra tutti i dolori di cui abbiamo conoscenza è forse possibile rintracciare una radice? un denominatore comune che connetta tutte queste forme specifiche ad un'idea di riferimento? ad un nodo centrale sottratto il quale il dolore cesserebbe di essere tale?

Nella nostra cultura il dolore viene associato al male, ad un'esperienza che abbia un in sè totalmente negativo, qualcosa da cui prendere le distanze, da cui proteggersi. In quest'ottica il curare diviene automaticamente un "combattere", una lotta contro il dolore, sia quando si tratta del dolore degli altri, sia quando esso ci riguarda in prima persona.

Ma non è forse il combattere quell'azione al cui fondo si posa un'immagine in cui dolore e gioia sono indistricabilmente connesse l'una all'altra? Non è sempre dopo un combattimento uno vinto e l'altro vincitore, uno vivo e l'altro morto, uno triste e l'altro felice?

A questo punto bisognerebbe riflettere in profondità sulla natura di questo legame. Il dolore è sempre in potenza rispetto alla gioia, alla felicità e allo star bene e questi ultimi sono a loro volta in potenza rispetto ad esso. Eliminare il dolore dalla vita, ridurlo ai minimi termini, non porterebbe forse con sè anche il rischio di eclissare tutte quelle forme del bene che ad esso sono legate?

La nostra società pare essersi illusa di poter dividere l'inseparabile, attraverso la tecnica crede a vario titolo di riuscire a sdoganare l'uomo dal dolore della fatica, da quello della malattia, dai patimenti d'amore e da quello insito in tutte le dimensioni del vivere.

Ma riusciremmo a dirci felici senza essere in relazione ad altro che non lo è? Riusciremmo ad amare qualcuno senza il rischio di perderlo, o a sentirci riposati senza una precedente esperienza di fatica? Potremmo mai provare piacere nel partecipare ad un gioco dove si vince sempre? 

Se la vita non si confrontasse continuamente con la dimensione della morte, che altro non è che la forma più compiuta del dolore, di un dolore che va fino al fondo, allora probabilmente scopriremmo che non esisterebbe la bellezza.

Dico sempre ai miei pazienti, che bisogna imparare a partecipare al dolore, conoscerlo, interrogarlo e non evitarlo. Il dolore è l'occasione, è il prezioso indizio per trovare la felicità.

                                                                                    Dott. Damiano Colamonico