La responsabilità nell'era della tecnica

31.05.2017

Ognuno è responsabile di tutti. Ognuno da solo è responsabile di tutti. Ognuno è l'unico responsabile di tutti

Antoine de Saint-Exupery

In questo umile contributo vorrei provare ad offrire uno sguardo sul rapporto tra l' uomo e la tecnica che prenda avvio dal concetto di responsabilità.

La parola responsabilità deriva dal latino sponsio che generalmente viene tradotta con promessa, impegno.

In questa prospettiva diventa lecito chiedersi che tipo di promessa si configura come atto di responsabilità. Non è forse responsabile colui che agisce per conservare un bene nel tempo? Colui che promette di custodire il bene evitando che il tempo lo corrompa?

Ma questo evidentemente non basta perché bisognerebbe anche definire di che tipo di bene si tratta e soprattutto chi ne sono i beneficiari.

Potrei dire responsabile colui o colei che agisse in seno alla logica del proprio profitto personale, della perpetrazione del proprio tornaconto? Non ci troveremmo, forse, in questa situazione ad avere a che fare con un'agire egoistico, un'agire che sfugga a tenere in conto l'altro?

E allora o ci si arrende ad una sovrapposizione semantica tra responsabilità ed egoismo, oppure bisognerebbe pensare a questo bene come a qualcosa che non ci riguardi privatamente, ma che ci riguardi in quanto siamo sempre coinvolti in relazione con ciò che è altro da noi: un amico, un figlio, una famiglia, una comunità, una società, un mondo.

Allora responsabile è l'agire sulla base della promessa di custodire un bene che non sottrae nulla all'altro, ma che al contrario se ne prende cura. Allora ogni azione responsabile si configura sullo sfondo del nostro reciproco cum vivere, del nostro avere familiarità con l'altro.

Per converso, non agire responsabilmente significa omettere l'altro nel mio determinarmi, non considerarlo.

Il problema è che, se è pur possibile evitare di tenere in conto l'altro, non è possibile evitare che l'altro sia necessariamente destinatario del mio agire. A questo punto si fa strada un'altra faccia del concetto di responsabilità, che si presenta come antecedente strutturale dell'agire umano e non solo come un'azione avente determinate caratteristiche.

Questo volto della responsabilità, decisamente più profondo e ancestrale, è la base dell'etica. Ogni azione interviene, nel senso che viene a trovarsi in mezzo a enti distinti, ma indistricabilmente connessi dal reciproco agire nel mondo. Quindi, a partire da questa prospettiva, non esiste la possibilità di un'agire irresponsabile. La responsabilità, intesa quale condizione dell'agire, fa si che esistano sempre azioni giuste e azioni ingenerose, azioni orientate al bene ed altre al male. Con ciò si potrebbe dire che il bene si dà nelle azioni che custodiscono in sè la consapevolezza del legame con l'altro, ed il male in quel gruppo di azioni che si determina in assenza di tale consapevolezza o nella sua ignoranza; in entrambi i casi le azioni giacciono sullo sfondo della responsabilità. Siamo dunque sempre responsabili, sia quando agiamo responsabilmente, che quando agiamo irresponsabilmente.

Quindi abbiamo profilato due diversi livelli di responsabilitá:

  • L'azione responsabile/irresponsabile e qui ci riferiamo sia a quell'agire in cui esiste la preoccupazione di non ferire l'altro e di non corrompere il bene, sia a quello dove l'altro è ignorato e compromesso, esposto al rischio di ferirsi.
  • Responsabilità come condizione di sfondo dell'agire. In questo caso la doppia polarità non si dá proprio in virtú dell'indistricabile legame che ci lega gli uni agli altri. Siamo sempre responsabili sia quando agiamo responsabilmente, che quando agiamo irresponsabilmente.

Ma cosa c'entra la tecnica?

Dopo aver delineato il concetto di responsabilità - sia come azione specifica che come condizione di sfondo dell'agire in quanto tale - non ci resta che domandarci in che misura la tecnica può interessarci.

L'argomento che vorrei provare a delineare riguarda la tecnica come candidato concorrente al ruolo di condizione universale dell'agire.

Dal mio punto di vista, la tecnica oggi si avvia a portare a compimento la ragione che da sempre la anima: sottrarre l'etica all'uomo e quindi eclissare quella dimensione antecedente dell'agire che poco fa abbiamo chiamato responsabilità.

L'idea regolativa che anima la tecnica è quella che non esista problema che non possa essere risolto con soluzioni efficienti e rapide. Capite bene che all'interno di questa logica fideistica si gioca una partita remotissima ed inquietante.

Se la tecnica raggiungesse i suoi scopi non esisterebbe più la responsabilità a sostegno dell'agire ma ci sarebbe essa stessa. Perché mai dovrei preoccuparmi? Perché dovrei occuparmi in anticipo delle conseguenze delle mie azioni se è sempre possibile porvi rimedio, riparare al danno?

La tecnica ci mette in una condizione di sicurezza, non intesa come riparo, ma come assenza di cura. La parola sicuro infatti deriva dal latino sine cura, senza cura appunto.

Potremmo a vario titolo calarci in esempi concreti:

prendiamo un oggetto attuale quale è lo smartphone. Consideriamo adesso come questo dispositivo, che risponde alla nostra istanza di comunicazione, abbia stravolto il panorama conversazionale in cui siamo immersi. Si rifletta sul fatto che oggi, grazie a questo dispositivo, è sempre possibile reperirsi, chiamarsi.

Ma questa infinita capacità di reperirci sottrae dalla relazione l'istanza di ascoltarsi; l'occasione di ascoltare l'altro viene meno proprio in virtù di questo potenziale (ri)ascoltarsi, di questo poter rinviare l'ascolto in un altro momento che potrebbe anche non presentarsi mai.

Non è forse un'esperienza che tutti noi facciamo quotidianamente quella di non prestare attenzione alle parole che ci scambiamo? Quella di sfuggire continuamente all'altro? Tanto poi al massimo ci risentiamo.

Un altro esempio è quello della tecnica che sta dietro le scienze mediche. L'idea regolativa delle scienze mediche è quella di renderci immortali, di sconfiggere la morte. Immaginiamo che la tecnica ci consentisse, come probabilmente già accade, di rimettere in sesto un corpo che abbia subito un attacco acerrimo, implacabile e violento.

Perché mai dovremmo preoccuparci di ferirci dal momento in cui sia il dolore che la morte fossero qualcosa che possiamo resòlvere, sciogliere?

Si potrebbe andare avanti con molteplici esempi appartenenti alle più disparate aree in cui la tecnica interviene e scoprire sempre una drammatica perdita di responsabilità, una sempre più spaventosa incapacità di essere tra noi reciproci.

La tecnica si nutre di problemi, mira a risolverli tutti e per compiere il suo destino deve fare in modo che i problemi le si presentino davanti così da poterli sciogliere in sé stessa. Problemi sempre più grandi, problemi dalle dimensioni catastrofiche, emergenze planetarie sono tutti prodotti di quella che potremmo definire la problematofagia della tecnica. Non importa quanti singoli individui vengano massacrati da questo meccanismo, quante storie drammatiche si posino al fondo di questa macchina del progresso de-eticizzato.

Questa partita tra tecnica e responsabilità è attualissima ed ancora aperta. Dal mio punto di vista la responsabilità deve continuare ad essere la cifra generale di ogni azione. Un'azione che, se pur vero possa dirigersi verso il male, è anche capace di custodire l'altro, dove con la parola custodire si intenda quel sinolo di vigilanza, assistenza e protezione di cui possiamo essere garanti.

Bisogna difendere la possibilità di scegliere tra il bene ed il male perché l'alternativa è l'individualismo estremo come incapacità assoluta di riconoscerci fratelli, amici, cittadini, animali, parte di altro e abitanti di un tutto.

Dott. Colamonico Damiano