L'abisso della memoria

18.05.2017

"La memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda. La memoria è un presente che non finisce mai di passare".

                                           Octavio Paz

Tutti noi siamo abbastanza consapevoli che esista la memoria, ma questo sapere entra in crisi tutte le volte che proviamo a darne una definizione precisa.

In questo contributo vorrei avvicinarmi a questa affascinante facoltà attorno alla quale gravita un'aura di mistero e provare a far emergere il ruolo fondativo che questa riveste per l'uomo.

Ultimamente si è sempre più affermata un'immagine di memoria come magazzino in cui è possibile accumulare informazioni, informazioni utili. Questo magazzino è predisposto dal nostro cervello, che a sua volta è spesso prefigurato come calcolatore, come una macchina che calcola.

In quest'ottica - che ho cercato semplicemente di contornare - la memoria appare come un circuito di ritenzione di informazioni capace ad esempio di farci presente dove abbiamo parcheggiato la macchina il giorno prima, di non farci tardare ad un appuntamento importante, di ricordare le informazioni utili al superamento di un esame etc etc

Ma si esaurisce davvero qui la memoria?

C'è anche qualcosa che accade nella memoria, qualcosa che trascende il piano informazionale ed è ciò che probabilmente rende straordinaria questa facoltà:

Nella memoria sperimentiamo una dimensione del nostro esserci come separata e distinguibile dal nostro corpo.

La memoria diventa in questa prospettiva un'operazione di ripiegamento su ciò che non è più, in cui malgrado il nostro corpo sia sempre condizionato e determinato dal qui ed ora, sperimentiamo di essere all'interno di uno spazio/tempo appartenente al passato.

Cos'è allora la memoria? La memoria è un rivivere il passato, un ritrovarsi difronte al passato

Ma nel ricordare è anche implicita la ricerca di qualcosa. Si, ma di cosa?

In ogni ricordo ricerco interamente dentro di me qualcosa che in passato si è dato come il prodotto dell' interazione con ciò che è altro da me. Nel ricordare scopro che le cose del mondo lasciano traccia dentro di me.

Ma quando le cose rivivono in noi è inevitabile che il ricordare si trasformi anche in un ricordarsi, in un ritrovare se stessi.

L'identità e la memoria sono dunque profondamente legate. Noi possiamo dire di avere un'identità solo perché ci è data la possibilità di viaggiare nel tempo, ci è data la facoltà di ricordare.

Così il ricordare, è sempre un ritornare in sé stessi. In questa dynamis, in questo rimettere in noi fatti del passato, inevitabilmente ci ritroviamo.

Ma fino a che punto ci ritroviamo? Quanto indietro possiamo spingerci?

Davanti a queste domande la memoria diventa anche qualcosa che ci turba, che ci inquieta.

La memoria è profonda e come tale il rischio di sprofondare in essa, di inabissarsi nei suoi angoli più bui ed enigmatici è alto.

L'angoscia di non poter tornare indietro dall'origine ci allontana dall'intraprendere questo viaggio. In quest'ottica appare più comprensibile il nostro ritenere la memoria principalmente per la capacità di risolvere problemi legati alla pratica rituale della quotidianità, piuttosto che di intenderla come un viaggio improbo e faticoso alla ricerca di noi stessi.

Rimandare continuamente la conoscenza di sé ci allontana dall'orizzonte più significativo della nostra esistenza: l'origine.

Non è forse il contatto con un'origine che mi permette di dirmi in movimento verso qualcosa di altro? Di dare senso al mio camminare nella vita.

Non è forse il punto di partenza che mi permette di dirmi in viaggio? Se non conosco la mia provenienza sono perduto nelle intricate strade del mondo, non riuscirò a spiegarmi fino in fondo chi sono, cosa voglio, cosa cerco, dove voglio arrivare.

Il sostegno psicologico si offre come spazio per compiere questo viaggio nel tempo. Viaggiare con una guida pronta a suggerirti quando fermarti, quando andare avanti, quando cambiare strada è l'unico modo per affrontare gli oscuri sentieri della memoria. Possiamo conoscere noi stessi solo grazie all'altro perché siamo indistricabili, gli uni legati agli altri.

Per ironia della sorte in ogni nostra esperienza ci sfugge necessariamente qualcosa, e quel qualcosa siamo noi stessi. Nell'esperienza sottraiamo noi stessi, non possiamo vederci, ci sfuggiamo continuamente. L'interlocuzione con l'altro diviene allora l'occasione per vedere ciò che solitamente si nasconde, ciò che non si dà a vedere.

Dico sempre alle persone che non bisogna necessariamente stare male per decidere di intraprendere un percoso psicologico, ma è sufficiente aver voglia di conoscersi in profondità, di rimettersi in discussione nei fondamenti stessi del proprio pensare e del proprio agire.

Non procrastinare questo viaggio.

                                                                                     Dott. Colamonico Damiano