Il vero, il falso ed il reale

04.05.2017

"Il più grande nemico di una qualsiasi delle nostre verità può essere il resto della nostra verità"

                                                                                                    

                                                                                                   William James


Vi stupireste se vi dicessi che il congedo della sofferenza operato dalla pratica psicoterapica fosse basato sul tradimento della verità?

Non è forse il soffrire dei pazienti un vero soffrire? E tale sofferenza configurandosi come vera come potrebbe essere annientata se non attraverso un processo di negazione della verità di cui è depositaria?

Ma operare sulla verità cosa significa propriamente se non un modificarne la struttura e quindi falsificarne l'essenza?

Per uscire fuori da questa impasse è necessario interrogarsi sul rapporto che verità e falsità intrattengono con la realtà. Dire che il vero è reale ci sembra sufficientemente facile da comprendere proprio in virtù di un'ingenua identificazione che di esso si fa con il reale. Qualora provassimo a sostituire il termine verità con quello di falsità le conclusioni si ribalterebbero e saremmo portati ad affermare l'irrealtà del falso.

Questo modo di intendere il rapporto tra verità/falsità e la realtà è probabilmente legato alla tendenza a considerare secca la contrapposizione tra vero e falso.

Il tentativo che cercherò di operare è proprio di ridiscutere tale visione.

Allo scopo vorrei introdurre il concetto di apparenza. "Apparenza" - come suggerisce il filosofo Salvatore Natoli - è una parola che apre a scenari allucinatori e paralizzanti, difatti si parla di apparenza solo in opposizione a una realtà piena ed assoluta.

Se esiste una realtà assoluta in che modo ci è dato conoscerla?

Come potrebbe manifestarsi la realtà senza prima darsi a vedere, senza apparire appunto agli occhi di un soggetto? Resterebbe forse una realtà inaccessibile?

Ecco che il timbro paradossale della questione si mostra con maggiore forza e ci obbliga a prendere in considerazione l'inevitabilità dell'apparire e della sua relazione con ciò che mostra all'interno del soggetto

Cosa appare? Forse un'imitazione del reale?

In greco ci sono diversi modi di parlare di imitazione, uno interessante tra tutti è quello di "produzione di parvenze": phantastiken. Produrre parvenze significa propriamente andare ad alterare un'originale, un modello. Ma cosa avviene in questo processo?                                                                   Alterazione deriva dal latino alter che significa altro, diverso. Nella Phantastiken appare il diverso, appare il nuovo, l'inedito. Ma come appare? Appare proprio nel momento stesso in cui tradisce la verità del modello. Nell'atto stesso del contravvenire alla verità del modello si genera un alter, un alter comunque depositario di una verità propria: la verità del soggetto.

Ma la verità del soggetto non può essere assoluta come quella del modello, può essere solo più o meno adatta ad esso. La verità insita nell'apparire è una verità che non raccoglie il tutto, ma ne raccoglie una parte limitata, ed il limite è dettato dalla limitatezza del suo sguardo, dall'ubicazione di tale vedere, dalle regole del suo conoscere. Il restante che non può vedere, il restante nascosto, non può che essere inventato, costruito. La verità è dunque sempre  situata e parziale e di contro non è mai ubiquitaria e mai assoluta.

Se la verità è una forma dell'apparire non dovremmo più pensarla come realtà stricto sensu ma dovremmo piuttosto considerarla nel suo valore agentivo sul reale. La verità impatta sulla realtà, produce effetti di realtà, la modifica non la descrive. All'interno di questa cornice indeterminata accade che verità e falsità si legano insieme e l'una transita nell'altra a seconda della capacità contingente di fare mondo, di funzionare per il soggetto, per la società e via via salendo in complessità.

Verità e falsità sono indistricabilmente legate, sono momenti distinti dell'apparire. E quindi:

  • L'apparenza non coincide in assoluto con la falsità;
  • La verità non coincide in assoluto con la realtà

In psicoterapia questi due assunti sono ampiamente notificabili. Prendiamo l'esempio di una coppia che patisce la propria condizione affettiva e relazionale. L'uno sostiene di essere vittima dell'altro e viceversa. Non sarebbe assurdo delegittimare una delle versioni a scapito dell'altra? Il carattere epistemico e provvisorio della verità ci espone al conflitto tra le sue molteplici versioni: quella dell'io e quelle dell'altro da me.

In questo scenario indeterminato, in questo mondo sconfinato di apparenze il Polemos appare come la dimensione energetica dell'apparire, una sorta di nomos regolativo tra queste sue due indistricabili forze: il vero ed il falso. 

Questo Polemos può volgere verso due direzioni quella del dialogo che produce arricchimento e crescita nei soggetti e quella della violenza, il tentativo cioè di annullare l'altro:                                                               Quando dimentichiamo il carattere parziale della verità di cui siamo in possesso, con cui regoliamo il nostro agire, e con cui costruiamo il nostro mondo, allora stiamo dimenticando il limite che ci abita, stiamo assolutizzando la nostra verità cedendo alla tentazione di vedere la falsità come fuori da noi stessi e non come parte di noi, del nostro possibile.

Tutti regoliamo la nostra vita sentendoci nella verità ma possiamo sempre migrare da una verità ad un'altra modificando il rapporto con il mondo, con gli altri e con il reale a cui siamo legati profondamente.

Nella relazione psicoterapica il polemos è orientato a produrre nuove parvenze, nuove apparizioni di realtà, nuove verità. Il fondamento di tale cambiamento è rintracciabile nella presa di consapevolezza della propria causatività nei processi di costruzione del reale, un reale che ci appare e che non può che darsi attraverso le forme dell'apparire.

La psicoterapia è dunque lo spazio dove si compie la migrazione da una verità - in potenza sempre anche falsa - ad un'altra, senza contraddizioni e senza aporie. Il tradimento della verità deve essere dunque pensato nel senso originario della parola tradire - tradĕre che significa consegnare - e non nell'uso peggiorativo che ha portato con sè la tradizione evangelica - Giuda che "consegna" Gesù alla croce - Si consegna una verità all'altro per trarne una nuova, in cui scoprirsi felici.                                                                     Questa danza che crea, questo cambiamento, passa sempre attraverso l'azione di ripensarsi come parte di un tutto e non di identificarsi con esso.       Credo che buona parte della violenza e dei conflitti a cui oggi assistiamo siano legati a questa tendenza impropria di credere assoluto il proprio sguardo, di credere pienamente reale le proprie verità. Bisognerebbe sforzarsi sempre di riconoscere nell'altro la possibilità di scoprirci diversi, più ricchi, cambiati. 


                                                                               Dott. Damiano Colamonico