Il tempo nell'euforia

24.04.2017

"Comportati così, rivendica il tuo diritto su te stesso e il tempo che fino ad oggi ti veniva portato via o carpito o andava perduto raccoglilo e fanne tesoro." 

                                                                                   Seneca           


Quanti di noi almeno una volta nella vita hanno fatto esperienza dell'euforia? Quanti hanno creduto almeno una volta di poter rischiare tutto? di potercela fare senza confrontarsi con le proprie energie? E' inebriante l'euforia, ci fa sentire più forti e più vivi.

Ma che dire di questa Forza? Di queso avvertire di più la vita? 

Tra le narrazioni in cui quotidianamente mi imbatto nel mio lavoro spesso ritrovo uomini e donne appassionati, nel senso più stretto della parola, cioè che patiscono qualcosa che non riescono a governare: i propri stati interni, le proprie emozioni.

"credevo di poterlo fare, mi sembrava la cosa più giusta da fare in quel momento...ed ora ho perso tutto, ho perso le cose più importanti. Mia moglie non vuole più vedermi e i miei figli mi guardano con scherno. Sono un indiota"

"Ogni volta mi capita la stessa cosa: inizio con forte entusiasmo e una grande carica e poi all'improvviso perdo interesse, come se la cosa che credevo fosse la più importante al mondo smettesse di essere tale, sino a scomparire del tutto dalla mia vita e dai miei desideri"

Le emozioni ancor prima di essere quel sistema di cambiamenti psico fisiologici che ci aiutano a stabilire una relazione di senso con il mondo esterno, rappresentano il canale privilegiato di cui disponiamo per conoscere noi stessi. Ogni nostra esperienza è sempre un'esperienza che si dà in un corpo, che genera un pensiero e che si colora di un'emozione; il complesso groviglio di questi indistricabili aspetti contribuisce a delineare il nostro senso di identità, il nostro saperci sempre riconoscere al netto di tutte le trasformazioni fisiche, intellettive ed emotive che ci riguardano.

Se ogni qual volta un pensiero, un emozione o un nostro gesto debba rimettere in discussione il nostro centro di identità, la nostra ipseità, allora rischieremmo di frammentarci, di perdere il controllo della nostra vita, di non governare noi stessi.

Nell'esperienza euforica si incrina il legame tra ciò che sento e ciò che sono, il sentire prevarica sull'essere e ci illudiamo di poter contravvenire ai nostri limiti, di poterli superare senza fatica.

Il presente eclissa il passato, e costruisce immagini di un futuro che interrompe qualsiasi rapporto con l'antecedente.  Ma non è forse vero che se lasciassimo interamente al presente il compito di rappresentare il futuro non riusciremmo più a compiere quell'operazione di discernimento tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato per noi stessi? Non è forse il passato quella dimensione che ci obbliga a pensarci come individui immersi in una storia, una storia pregna di esperienze di dolore, di gioia, di successi e di insuccessi? La storia è il luogo dove si sedimentano gli indizi per costruire un futuro migliore, dove gli errori possono essere evitati, dove il dolore potrà non angosciarci, dove, con maggiore consapevolezza, si potrà dire "questa è la cosa giusta per me".

Il Passato è ciò che può renderci liberi come individui;  bisognerebbe sempre custodire nel presente un dialogo profondo con la nostra storia, che ci permetta di anticipare il futuro e non di subirlo, di renderci liberi di inventarlo e non semplicemente di attenderlo. 

C'è un idea che guida la mia pratica clinica e che affonda le sue radici nel pensiero antico, ed è quella di "limite". Nel mondo greco con l'espressione katà metròn si intendeva un'agire che avesse sempre in conto le proprie limitazioni, i propri confini. Solo attraverso il riconoscimento della propria misura è possibile raggiungere quello stato di sapienza e saggezza che i greci chiamavano autopraghia: autodeterminazione. 

Tutte le volte che in preda ad un sentire oltre misura abbandoniamo le redini del tempo - nelle sue tre dimensioni - ci esponiamo al rischio di naufragare nel futuro. Essere <causa di sè> significa mantenere un controllo positivo e ponderato del proprio sentire interno affinchè esso svolga la sua funzione primordiale: quella di indirizzarci verso il nostro bene.

Non scambiate l'euforia con la felicità, la prima si impegna in una cieca e folle corsa nel futuro, la seconda procede lentamente guardandosi sempre alle spalle.

                                                                              Dott. Damiano Colamonico.